Monday, 10 July 2017

Riparto

Forse l'ho sempre saputo che sarei ripartita, anche quando ero furibonda per la tendinite che mi aveva bloccata dopo Siena, sconsolata sul divano di casa mentre guardavo le foto degli altri che arrivavano a Roma, dolorante per la caviglia che faticava a rimettersi in sesto e io bruciavo di rabbia e di delusione con me stessa, con la caviglia, con la Francigena e con tutti. Dicevo che la mia esperienza si era conclusa e ne ero convinta, ma a poco a poco ho cominciato a sentire che era stata così intensa, così bella ed entusiasmante che difficilmente avrei potuto resistere al suo richiamo.

La Francigena assomiglia all'Africa, ti viene male a starle lontano.

L'anno scorso, dopo che ho cominciato a stare bene, ho lavato zaino e tutto l'armamentario usato e l'ho messo in un cassetto. Per tutto l'inverno, ogni volta che mi capitava tra le mani qualcosa che mi avrebbe potuto far comodo, lo mettevo pulito e ordinato assieme a tutto il resto, con la stessa cura con cui le mie nonne riponevano il corredo nei bauli. Mi dicevo che lo facevo per "un futuro, lontanissimo, ipotetico cammino", ma poco tempo fa ho aperto quel cassetto e mi sono accorta di avere già tutto pronto.

Quando parlo della Francigena, nei rarissimi casi in cui mi avventuro a farlo e lo faccio con estrema cautela, tutti si stupiscono della fatica incomprensibile e ingiustificata, dell'assurdità di una cosa medievale nell'era dei trasporti veloci e non si capacitano perché uno debba imbarcarsi in una vacanza che ti fa dannare invece di spaparanzarsi su un lettino al mare. Quando non ho voglia di fare conversazione, perchè so che tanto non capirebbero e questa sì che è fatica sprecata, mi imito ad un laconico de gustibus, se invece mi va, parlo della felicità nell'arrivare alla tappa, del senso di amicizia e condivisione lungo il cammino, della gioia di sentimenti inesplorati, della disciplina interiore che scopri o che ritrovi, della forza che senti crescere dentro di te giorno dopo giorno, a dispetto della sete e della fatica.
Voglio rivivere queste emozioni, per questo riparto.

A dire il vero lo faccio anche per un'altro motivo.

L'anno scorso ho incontrato Cristina, una donna altissima che andava in giro con un cappello bianco a falde larghe. Aveva una strana andatura dondolante e da dietro mi ricordava Adelina e Guendalina, le due ochette del film Gli Aristogatti perché camminava un pò come loro. Ovviamente non gliel'ho mai detto anche se eravamo entrate in confidenza e anche se io lo dicevo con affetto perché mi ricordava dei bimbi piccoli.
Raccontava che anni prima aveva avuto una grossa delusione d'amore. Dopo anni di fidanzamento era stata mollata dal suo moroso che si era subito messo con un'altra. Lei aveva cambiato casa, città e lavoro ma dopo mesi era ancora "distrutta dentro" e non riusciva "a dare un senso alla sua vita". Per qualche ragione aveva intrapreso il cammino di Santiago e diceva che "camminava e piangeva, piangeva e camminava". All'inizio le sembrava che le lacrime non finissero mai, ma a poco a poco tutto il dolore si era sollevato dal suo petto, passo dopo passo la rabbia era scomparsa e il rancore era diventato polvere. Quando è arrivata a Santiago si è sentita guarita, libera e leggera, pronta a riprendere il mano la sua vita e a vivere con gioia.

Quest'anno ne ho bisogno anch'io.
Piccoli e grandi dolori appesantiscono il mio cuore e graffiano la mia anima: i bimbi lontani che vedo rarissimamente e forse vedrò ancora meno, Giacomo che fra poco si laureerà poi chissà dove andrà a lavorare, la scomparsa di mio padre, mio fratello Silvano che nemmeno davanti a questo ha cercato un riavvicinamento, mio padre che non è arrivato in tempo a sanare la situazione con quei nipoti che non ha mai visto, che neanche io conosco e che non conoscono me e noi, il tempo che fugge e non risolve situazioni gravose, la Daniela, la figlia di Annika e la malattia che difficilmente le darà scampo nonostante il suoi 14 anni.

Tutto questo, unito ad una tristezza generale che sento nelle giornate vuote, vorrei che se ne andasse, bruciato dal sole e dalla sete, arso dalla polvere e curato (o alleviato), anche solo per breve tempo, dalle persone vere che spero di incontrare.

Quest'anno non vado solo a Roma, vorrei anche andare a cercare una me stessa un pò più felice.


La primissima foto dell'anno scorso, mentre stavo regolando le racchette , prima ancora di muovere i primi passi.

Monday, 29 August 2016

foto

Ecco un po di foto per ricordarmi di qual fantastico, unico, meraviglioso viaggio che è stato la Francigena.

 Piegata dal caldo e dalla fatica dei primi giorni





 ma sempre avanti per paesaggi indimenticabili




Quando Angela mi ha fatto questa foto ho pensato "sembrerò crocifissa", poi ho capito che in quel momento mi sentivo davvero tale



Partenza da Siena con Cristina, sempre felici di metterci in cammino.




 L'ultimo giorno a san Quirico d'Orcia. Un saluto a voi, Angela e Daniela

Sunday, 14 August 2016

Ground Zero

(Questo post fa parte di una serie di posts che avevo scritto a New York ma che non avevo pubblicato per mancanza della connessione nell'airbnb. Certo, avrei potuto pubblicarli in un altro momento della giornata, quando ci fosse stata la connessione, ma volevo godermi la presenza di mia figlia, quando c'era, e della città. Queste due cose, soprattutto Chiara, hanno avuto la priorità su tutto, facendomi dimenticare tutto il resto.)


Ieri è stata una giornata molto intensa.

Abbiamo visitato diversi luoghi simbolo di NYC, a cominciare dalla sede dell'ONU, Wall Street, Ground Zero, ci siamo sciroppati tre ore in in super mega store in cui la Chiara aveva un extra sconto del 40 per cento oltre ai normali sales di stagione e la sera, dopo aver aspettato circa mezz'ora nella metropolitana fumante di caldo, vapori e odori di tutti i tipi,aver saputo che che la linea era bloccata per qualche motivo che nessuno ha capito, Chiara e Marco hanno organizzato un Uber per tornare a casa (da veri newyorkesi), e siamo usciti tutti assieme per festeggiare i due anni di matrimonio dei nostri fantastici ragazzi. 
Cena in un ristorante greco vicino a casa loro: buon cibo, ottima compagnia, che altro volere dalla vita?
Volutamente non abbiamo fatto nessuna foto, perché dopo una giornata in giro a correre x la città, senza aver avuto la possibilità di farci una doccia o anche solo riposare, eravamo tutti stravolti. 


Ma stamattina, nel silenzio dell'airbnb, prima che la città cominci a vorticare ed io con lei, voglio raccogliere un po' le idee. 

Chiunque vada a NY non può non andare a Ground Zero, non solo per il valore simbolico del luogo, ma perché è un luogo che non so definire in altro modo al di fuori di “poetico”.

Di fianco a grattacieli imponenti che ti fanno sentire una nullità, ad un senso palpabile di denaro e potere sconfinato, ad un chiasso assordante, macchine che strombazzano, sirene e ambulanze a profusione, gente che corre come se dovesse salvarsi la vita, Ground Zero è un'oasi di pace e raccoglimento. 

Lungo il perimetro dove si trovavano le Torri Gemelle hanno costruito un semplice muretto con sopra scritto i nomi di tutte le persone che hanno perso la vita nell'attacco terroristico. 
Niente di superfluo, di sfarzoso o di eccessivo, solo una lista di nomi, tra i quali i visitatori passano in silenzio sfiorandone le scritte, qualcuno si ferma per accarezzare un nome particolare, qualcun altro, forse un famigliare o un amico, mette qualche fiore. 

Così pensavo... Forse in altri tempi o in un altro luogo si sarebbe eretto un monumento proiettato anch'esso verso l'alto intento a far vedere, farsi vedere, a mostrare.

Qua no. 

Quei due buchi giganteschi parlano più di tanti mausolei.

Forse sono il vuoto, la mancanza di tutte quelle vite che mai più si colmerà nelle persone che le hanno amate.
Per tutti i famigliari, amici, conoscenti ci sarà sempre un vuoto, e la città l’ha voluto onorare.

Sotto al muretto con i nomi scorrono migliaia di rigagnoli d'acqua che confluiscono nel buco delle fondamenta delle Torri Gemelle, per poi sprofondare in un cratere che mi ricordava il cratere formatosi dal crollo, o forse è la madre terra.
Mi sembrava che ogni rigagnolo d'acqua fosse una vita spezzata e che tutte si raccogliessero assieme nello stesso destino di morte, per finire nel centro della terra. La loro vita scorreva separata dalle altre per un tratto, per poi unirsi e finire dove è finita: in un cratere scuro, sprofondando nella madre terra.

O forse tutti noi siamo i rigagnoli d'acqua e solo per uno scherzo del destino non siamo lì, o dovunque ciascuno di noi sia, siamo assieme ad ogni altro rigagnolo d'acqua, e la forza è stare tutti assieme, dovunque la vita ci porti.
Non so...

E’ stata una sensazione ipnotica e stranissima.

Mi sembrava strano che per ricordare un destino atroce avessero scelto l'acqua, simbolo di vita, che al posto di un monumento avessero lasciato un vuoto, tra il frastuono della città si sentisse solo lo scorrere lieve dell'acqua che nel caldo soffocante di luglio portava refrigerio, che nel luogo tra una torre e l'altra avessero costruito sentieri scombinati, non netti e lineari, ma spezzati, ciascuno diverso dall'altro, strisce di verde con prato e edera, avessero deciso di piantare alberi che un domani diventeranno imponenti, avessero costruito panchine per riposare e riflettere.
Vita in mezzo al cemento. Vita per ricordare. 

Parlando con una guardia mi diceva che è un luogo molto sad, triste. 
È vero. 

Ma oltre la tristezza, ci ho sentito il coraggio di andare avanti, la volontà di non farsi schiacciare, la determinazione di sconfiggere la paura della morte. 

Mi è sembrato un luogo fatto per emanare forza e coraggio che arrivava a me come le mille bollicine d'acqua mentre ne sentivo la freschezza quando leggevo quei nomi, che mi sembravano vicini anche se non li ho mai conosciuti semplicemente perché italiani, mentre sentivo il fresco delle piante, il riposo delle panchine.

Di fianco al vuoto per non dimenticare, acqua e piante al posto del cemento per testimoniare la capacità e la volontà del popolo americano di rinascere e non lasciarsi sconfiggere.

La vita sopra la morte. 






Su un muro si trova questo bassorilievo che ricorda il sacrificio dei pompieri.

C'è scritto: dedicated to those who fell and those who carry on, dedicato a coloro che sono caduti e a coloro che vanno avanti. 
Non solo il passato, dunque, ma anche il presente e il futuro. Continuare per non dimenticare. 




Nessun luogo è imponente come Ground Zero





Saturday, 13 August 2016

domani

 Ore 4.30 del mattino: partenza da San Giminiano per Siena col gruppo dei bionici. Da notare Daniela con la pila in testa come uno speleologo.
 Prima sosta: via gli zaini dalle spalle e ci si siede dove capita.
 Monteriggioni, la piazzetta dalla camera dell'ostello.
 Lo spettacolo al di la delle mura che circondano la città.


Vita da ostello: non c'è la televisione, allora c'è chi gioca a carte mentre aspetta che la roba si asciughi e chi si cura le vesciche.
Un temerario intento a passare il filo in una vescica di una pellegrina.

I

domani

Domani avrei dovuto arrivare a Roma.

Forse per mettere il dito nella piaga, ho deciso di fare un post con le varie foto più belle.
Quelle che non sono riuscita  a caricare con l'ipad, quelle che mi ripromettevo di caricare una volta a casa...

Ho smaltito la rabbia e il nervoso, la caviglia sta bene e  posso dire che la tendinite è ormai quasi un ricordo.
Rimane solo una profonda tristezza, di cui non parlo mai, perchè quell'avventura fantastica è svanita troppo presto.

l'accoglienza dell'ostello di Altopascio, la mia prima tappa.


L'ostello di San Francesco a san Miniato, un borgo stupendo, la mia seconda tappa.
Qua, la mattina del terzo giorno, ho incontrato per caso Daniela e Angela, le mie compagne d'avventura.


Tipico scenario di un ostello: le scarpe in fila a prendere aria e la camerata con zaini e tutto quanto appeso ad asciugare.
Questa foto è stata scattata a Gambassi, dopo una tappa micidiale.

Verso San Giminiano, attraverso uno dei più bei paesaggi che abbia mia visto.
Vedi le torri in lontananza, e sai che dopo poco ci arriverai. Affretti il passo perchè sai che ormai manca poco.


 Quando percorri questa strada capisci cosa sia la bellezza.

Saturday, 6 August 2016

Game over

I medici dell'ospedale di Acquapendente dove sono andata ieri sono stati categorici: riposo assoluto per almeno cinque giorni. Infiammazione del tendine e versamento dovuto forse ad una storta.

All'una di pomeriggio sono uscita dall'ospedale e, in un modo completamente rocambolesco, alle sei meno venti ero al casello di Casalecchio, vicino a Bologna,
Per una strana ironia della sorte il cerchio si è chiuso dov'era iniziato. Abitavo a Casalecchio quando è successo l'episodio delle Due Torri.

Ieri sera sono stata sul divano a rincoglionirmi con qualche programma stupido, facendo zapping quando mi svegliavo.

Niente più camminate, sudore che cola dappertutto, fatica, stringere i denti, felicità quando arrivi.

Fine del cammino, fine della Francigena, fine del blog, fine di tutto
Game Over.


Radicofani

(Questo post l'ho scritto mentre aspettavo ingenuamente che il fango del Fosso Bianco si asciugasse sulla mia caviglia. Lo copio solo per un mio ricordo. Sappiamo tutti com'è andata...)



Brucia il sole lungo i sentieri senz'ombra della Francigena, ma brucia ancora di più la sconfitta.
E continuerà a bruciare più a lungo del sole.

Mi sono dovuta arrendere. Non vado a Radicofani.
La caviglia è ancora gonfia, fa male nonostante il riposo, il ghiaccio, la pomata che mi hanno dato in farmacia tanto che non riesco nemmeno ad allacciare la scarpa. Non posso camminare in queste condizioni.
Ho capito che non posso mettere a repentaglio la mia salute.

Non so se fa più male la caviglia o la paura di dover smettere.

Radicofani, la tappa più impegnativa di questo tratto, quella che tutti i pellegrini temono e sognano, quella che mette a dura prova il fisico, fiacca le forze, indurisce le gambe e tenta di frantumare lo spirito non la farò.
Nonostante la sua fama e i 32,5 chilometri di cammino, avrei provato a farla, magari se non avessi retto ne avrei fatto anche solo un tratto, ma almeno ci avrei provato.
Volevo fare la salita di otto chilometri che portano al paese. Lo volevo a tutti i costi.

Io ci avrei provato.
Era da tempo che mi preparavo. Invece sono inchiodata qua.

Lungo il tragitto col pullman per i Bagni di San Filippo dove mi trovo ora, ho visto il gruppo della parrocchia col passeggino; adesso spingono anche un carretto con quella che sembra una cucina da campo. Quanto avrei voluto essere con loro a sputare sangue, sudore e fatica sulla strada, invece che seduta su quel maledetto autobus.

Oltretutto oggi era la giornata ideale.
La temperatura é calata, si aspetta una perturbazione e l'aria si é rinfrescata. Camminare é come passeggiare, te la puoi prendere più comoda, non devi raggiungere la meta nel minor tempo possibile per risparmiarti pochi minuti di sole africano.

Oggi era la giornata in cui avrei potuto raggiungere Radicofani. Oggi c'è l'avrei fatta.

Mi rendo conto che i miei più grandi avversari, più dei chilometri da fare, sono stati il sole e il caldo.
A maggio e giugno puoi adottare una strategia diversa: alzarti ad un orario decente, fare una buona colazione e alle otto metterti in cammino senza fretta. A mezzogiorno puoi fare una sosta di un paio d'ore e finire la tappa più riposato. Non sottoponi il fisico ad uno stress così prolungato.
A luglio ed agosto non si può. Devi alzarti prima dell'alba per camminare col fresco, cercare di macinare più chilometri possibili, ma già alle otto comincia il caldo. Dalle dieci in poi si muore se non c'è ombra, ma devi continuare a camminare, ogni sosta la paghi cara perché il caldo aumenta, le devi centellinare perché devi scegliere se riposarti o patire il caldo. Arrivare a fine tappa alle due ti ammazza.
Ma ci sono tanti che lo fanno, quindi si può.
Non é impossibile, solo richiede qualcosa che io non ho, forse un allenamento migliore o non so che altro.

Sono stata annientata dal caldo che mi ha imposto un ritmo di camminata superiore alle mie possibilità. O anche da una storta quando sono caduta nel fosso o più probabilmente dalla mia impreparazione o dal fatto che non ero super allenata.
Non so cosa mi abbia battuta, ma in questo momento sono arrabbiata, delusa e amareggiata.

Se avessi avuto più tempo, mi sarei presa un giorno di sosta, o quello che mi serviva per rimettermi in forma, poi avrei continuato.
Mi rendo conto che avrei dovuto darmi più giorni per questo viaggio. Anche questo é un errore che pago.

Ieri sera, quando ormai avevo capito che non avrei mai potuto andare a Radicofani a piedi, dovevo scegliere se terminare il mio viaggio a Roma o prendere il pullman per farmi la tappa, e non ho avuto dubbi.
Ho preso quel maledetto autobus per i Bagni di San Filippo sperando che quel poco più di tempo potesse risolvere la situazione. Guardo la mia caviglia mentre scrivo e scuoto la testa. Mi sento come un generale in battaglia che vede la sconfitta avvicinarsi paurosamente, ne sente l'odore acre, il rumore metallico ma cerca di non arrendersi, e come uno sciocco spera ancora.

Sto imparando che ci sono delle leggi della natura che devi rispettare, più forti di te e della tua determinazione e rabbia. Non ci puoi fare niente.
Nel tentativo di trovarmi una giustificazione o forse una misera consolazione, stamattina appena sveglia, mi é venuto in mente che anche Napoleone era stato battuto dall'interno russo. Vittorioso su tutti i campi si era dovuto arrendere al freddo.
Qualcuno di voi penserà che sono un pó megalomane a paragonarmi a Napoleone. Tutt'altro. Se anche lui si é dovuto piegare alla natura, figuriamoci una normalissima donna come me che il massimo della ginnastica che ha fatto é stato andare in palestra per qualche mese e pensa di fare attività fisica perché fa le pulizie.
Ma il pensiero di Napoleone non mi consola. A dire il vero non me ne frega niente. Non é vero che mal comune mezzo gaudio.

Oggi sono venuta col pullman a Fosso Bianco, località di Bagni San Filippo, o qualcosa del genere.
Gli altri pellegrini hanno tentato di consolarmi dicendomi che avrei potuto prendere il pullman per Radicofani, farmi fare il timbro e andare ad Acquapendente, ma non voglio.
Non ho il timbro di Siena perché quando siamo arrivati in parrocchia ci siamo accampati subito e nel pomeriggio, quando sono andata in giro, avevo dimenticato le credenziali dentro lo zaino. Non ho il timbro di Siena ma la tappa me la sono guadagnata. Non voglio il timbro falso di Radicofani. Ci lascio uno spazio vuoto.

Adesso sono qua che mi sto facendo dei fanghi. La signora dal Bed and Breakfast di San Quirico mi ha detto che fanno benissimo per le storte.

Io guardo la mia caviglia e in silenzio piango.